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L’intervista ad Antonio Vittorio Tafuro ha un respiro internazionale, profuma di viaggio, è intrisa di riflessioni sulla precarietà del nostro tempo. La R.I. ha proiettato VENTI.VOLTE.VOLTI. oltre la sua dimensione prettamente regionale e i passaggi sulle notti stellate in Afghanistan, sulle migrazioni e sulla crescita dell’autostima di un profugo impegnato a costruire il suo campo, sono perle inaspettate per questa rubrica. Esiste quindi una dimensione conciliante tra tecnica e poesia, tra economia e diritto alla vita, e tale dimensione sgorga ad ogni capoverso di questa intervista. Leggendo Antonio Vittorio Tafuro, tornano alla mente i testi di Helga Novotny, ex presidente dello European Research Council, quando ricordava la bellezza del fare innovazione in un futuro fragile.

Chi è Vittorio Tafuro?

Un architetto con tanti interessi, soprattutto archeologia, agricoltura e arte contemporanea. Fin da giovane ho avuto una spiccata passione per la materia che diventa forma, coltivata tra l’istituto d’arte “G. Pellegrino” di Lecce e la falegnameria il “Compasso” dove c’è ancora, come dice mia figlia Maria Vittoria, “un profumo di legno irresistibile!”. Da un po’ di tempo ricopro il ruolo di responsabile tecnico dell’azienda di famiglia, la R.I. S.p.A., quattro fratelli e un padre che operano quotidianamente nella sede di Trepuzzi. Un’esperienza per me importante, grazie a questo lavoro ho avuto la fortuna negli anni di installare strutture modulari realizzate in Italia nei cantieri sparsi per il mondo, tra cui Kosovo, Libano, Afghanistan, Australia, Haiti e Africa.

Di cosa si occupa la R.I. e quali sono le traiettorie di innovazione ad oggi individuate?

La R.I. si occupa di edilizia industrializzata, cioè sistemi modulari alloggiativi sia ad uso civile che militare. Realizziamo shelter speciali per telecomunicazioni, laboratori medici, cucine campali, servizi igienici ad altissima tecnologia progettati per essere installati in situazioni climatiche estreme. Le traiettorie di innovazione riguardano il potenziamento delle competenze in materia di prefabbricazione e lo studio di soluzioni abitative sempre più avanzate, sostenibili e intelligenti. Negli ultimi tempi, ad esempio, siamo impegnati con la progettazione di Modus NG (del quale parlerò anche dopo), una “scatola” abitabile costituita da un telaio di acciaio, impilabile sia verticalmente che orizzontalmente fino a formare un vero e proprio edificio. L’impiantistica, invece, segue dei tracciati predisposti secondo uno sviluppo a polipo. L’involucro esterno, come anche le rifiniture interne, sono state studiate per far alloggiare le differenti customizzazioni, l’applicazione della facciata ventilata per le pareti, il frangisole sul frontespizio, l’impianto fotovoltaico sul tetto, con l’obiettivo di creare, nella versione più complessa, un perfetto green building. Per le sue caratteristiche versatili e per la velocità di assemblaggio dei componenti pre-assemblati, questo progetto innovativo si propone di inserirsi in molteplici campi di applicazione tra cui i centri direzionali, il settore dell’hotellerie, le social housing.

Attualmente stiamo combattendo una sfida molto difficile ad Haiti nella ricostruzione di due edifici pubblici di vitale importanza per il paese caraibico; il Ministero dei lavori pubblici e dei trasporti e il Ministero dell’economia. La ricostruzione finanziata dalla comunità europea dopo il terremoto del 2011, a causa della lunga burocrazia, è stata avviata soltanto un anno fa e possiamo dire che oggi siamo al 90% dell’opera. Per migliorare le prestazioni dell’impianto strutturale siamo passati da una tradizionale struttura in cemento armato (con tutti i dubbi fondati sulla bontà della qualità delle materie prime locali), all’approvazione di una nostra proposta tecnica di struttura in acciaio progettata a Lecce, interamente costruita in sede e testata per far fronte a sollecitazioni sismiche fino al decimo grado della scala Richter. Nel caos totale di Port-au-Prince siamo tra i pochissimi stranieri che stanno portando avanti l’impegno preso, ricevendo il plauso della classe politica haitiana che ha pubblicamente ringraziato l’Unione Europea per la concretezza e la velocità nell’esecuzione dei lavori e soprattutto la qualità delle tecnologie e dei materiali impiegati, orgogliosamente “Made in Italy”.

Tra i progetti a cui stiamo lavorando, infine, uno ci sta particolarmente a cuore; il volume di un container navale da dieci piedi, in pratica un cubo, allestito con servizio igienico, cucina e armadio, ed il resto dello spazio predisposto per contenere base, pareti, tetto e infissi che una volta assemblati riescono a quadruplicare la superficie iniziale. In pratica un’unità abitativa d’emergenza per nuclei familiari, di facile installazione, dotata di impianti tecnologici essenziali, compreso l’indispensabile per l’illuminazione, le riserve idriche, lo smaltimento dei rifiuti, la filtrazione e la raccolta delle acque piovane. Tra i vantaggi: i costi generali contenuti, la possibilità di stoccaggio in condizioni disagiate, la movimentazione in massima sicurezza, il montaggio senza l’ausilio di mezzi d’opera e di personale specializzato! Un piccolo oggetto solidissimo che diventa un ambiente coperto, un grande volume fluido!

La RI ha sedi in diversi stati esteri, in particolare nei Paesi flagellati da conflitti e calamità naturali. Alcuni designer e filosofi chiamano questo filone il “design dell’emergenza”, ovvero quelle attività in grado di predisporre oggetti, servizi e sistemi di comunicazione in tutti i casi in cui le persone o l’ambiente siano sottoposti a rischio. Come vi siete introdotti in questo mercato e quali sono i principali benefici e risvolti sociali derivanti dalla vostra capacità di prefabbricazione?

Senza dubbio “design dell’emergenza” è l’espressione giusta per progettare e realizzare soluzioni con il fine di dare risposte concrete, soprattutto di carattere igienico-sanitario, ad un’utenza fortemente provata da shock provocati sia da catastrofi naturali, terremoti e alluvioni, che da problematiche derivanti da conflitti di tipo bellico. Per restare in tema a quel che accade oggi in Europa, basti ricordare che nel 1999 l’Albania, un paese allora poverissimo, fu invasa da oltre un milione di profughi Kosovari che fuggivano dall’invasione serba. La macchina dell’accoglienza internazionale si riversò nel Paese delle aquile con tanta buona volontà, ma con poche idee organizzative. Furono allestiti decine di centri d’accoglienza, edificati o improvvisati in tendopoli, palazzetti dello sport, caserme, chiese, moschee e naturalmente container.

L’emergenza igienico-sanitaria fece sì che la nostra azienda, presente in Albania dal 1996, realizzasse in pochissimi giorni i servizi igienici modulari in flat-pack, una soluzione innovativa che permetteva di trasportare oltre 40 servizi con un solo camion. Il montaggio avveniva con l’impiego di tecnici italiani e maestranze spesso assoldate tra i profughi stessi che in quel modo si sentivano estremamente utili per la loro comunità. La stessa tipologia modulare, visto l’ottimo funzionamento, fu richiesta e impiegata anche dall’esercito Americano, da quello Spagnolo, dalla Croce Rossa oltre che dalle O.N.G. presenti sul territorio.

Gli aspetti sociali di questo tipo di design presentano diverse sfaccettature che possono cambiare da situazione a situazione. Bisogna suddividere due aspetti, uno strettamente legato al prodotto e l’altro invece che riguarda la popolazione coinvolta… parliamo del secondo, con una pillola di storia vicina:

Nel caos dei campi di accoglienza albanesi il profugo che aveva la possibilità di lavorare diventava automaticamente stabilizzatore sociale. Poteva guadagnare uno stipendio, migliorando così le condizioni generali di se stesso e della propria famiglia, con un risvolto economico fondamentale per chi aveva perduto tutto. Occupava l’arco temporale della giornata, limitando il pensiero fisso e le frustrazioni dei traumi subiti dalla catastrofe bellica. Metteva in evidenza, infine, le proprie capacità lavorative, proiettandosi positivamente verso il futuro.

Oggi nei centri di accoglienza, a causa di motivazioni burocratiche, gli ospiti non possono lavorare e sono “parcheggiati” per mesi senza fare niente, con ovvie ripercussioni negative sia per se stessi che per gli operatori e per le forze dell’ordine che gli stanno vicino.

La nostra tipologia di prefabbricazione leggera, gratifica nell’immediato l’operatore locale impegnato nel montaggio, perché in pochi giorni vede realizzato qualcosa che prima non c’era, oltretutto rispondendo alla soddisfazione di servizi di prima necessità, come alloggi, ospedali, uffici pubblici, scuole, security display. Si crea così un feeling tra l’azienda ed il territorio estero ospitante, tanto che in ogni luogo in cui lavoriamo abbiamo realizzato delle sedi operative, che operano in stretta sinergia con il personale locale.

Nell’estate del 2009, durante la costruzione della F.O.B. “Dimonius” a Farah nell’ovest dell’Afghanistan, mi sono ritrovato a coordinare oltre cento operai locali, con i quali avevamo creato un rapporto di rispetto reciproco straordinario condividendo le stesse soddisfazioni e le stesse paure. Un’esperienza unica di cui resta il ricordo personale delle notti stellate in quel paesaggio lunare e, in lontananza, delle immancabili raffiche esplosive che duravano per tutta la notte.

Il POPILET nasce all’interno di una tesi di laurea e si è evoluto negli anni fino a concretizzarsi in un prototipo in scala 1:1 di grande impatto sia visivo che qualitativo. Quali sono le reali innovazioni introdotte da questa idea di bagno mobile ecologico e quali sono i settori e i mercati a vostro avviso pronti ad accoglierlo?

Popilet nasce dalla volontà di innovazione del bagno mobile ecologico, già di produzione R.I., ma dal design troppo statico e realizzato con materiali tradizionali. L’occasione di rinnovarne i contenuti e creare un “oggetto di design” mi è stata data con la stesura della tesi di laurea.

Grazie al contributo del mio relatore, il prof. Roberto Segoni, e della sua assistente Ornella Sessa del dipartimento di Industrial Design dell’Università di Firenze, quello che prima era un semplice bagno da “cantiere” è diventato un vero e proprio oggetto di design urbano, secondo un approccio didattico costruito sulle necessità di dare risposte concrete alla collettività, con un forte accento verso le classi più deboli del tessuto sociale, come anziani e disabili. Forma e funzione sono un tutt’uno, ergonomia, familiarità dell’oggetto percepito, massima igiene, sicurezza e riservatezza.

Ma la svolta progettuale è nell’aver individuato l’innovativo ciclo ecologico del Popilet, che permette la fruizione del servizio senza l’utilizzo di sostanze chimiche battericide in largo uso nei bagni mobili attuali.

I settori di utilizzo per cui è stato progettato il Popilet sono molteplici; manifestazioni di piazza, mercati settimanali, aree archeologiche, spiagge pubbliche, parchi a tema. In pratica tutti quei siti dove, nonostante la crescente richiesta di collocare il servizio igienico pubblico, c’è l’impossibilità di allaccio alle reti idriche, fognarie ed elettriche.

La collaborazione con il CETMA. Benefici e impressioni raccolte durante l’esperienza di collaborazione.

La collaborazione con il CETMA è stata fondamentale, in quanto abbiamo potuto verificare quelle che in sede di tesi potevano essere solo delle felici intuizioni. Tali intuizioni sono divenute a tutti gli effetti un progetto esecutivo in grado di avviare e consolidare la realizzazione e la conoscenza delle componenti strutturali. I designer ed i ricercatori con cui ho collaborato hanno subito contribuito ad adottare soluzioni tecnologiche innovative, sia per l’accessoristica avanzata che per l’impiego di materiali compositi. Ciò ha consentito la costruzione di un prototipo realizzato in scala reale, estremamente funzionale e di grande impatto visivo.

Cosa si aspetta dal futuro?

Il futuro della R.I. lo posso riassumere con alcune parole pronunciate dal dottor Carlo Borgomeo, Presidente della “Fondazione con il Sud” e padre della legge 44 a favore dell’imprenditoria nel Mezzogiorno, un manager con una forte vocazione per il meridione. Durante la sua visita aziendale, dopo aver fatto uno screening all’interno dello stabilimento di produzione ed essere rimasto particolarmente colpito dal prototipo del Popilet, a proposito di crescita, ha detto che la R.I. per la sua anomalia nel panorama meridionale, “è una realtà condannata a crescere perché in alternativa sarebbe destinata a retrocedere”.

Le proiezioni tecniche innovative sono il motore pulsante anche delle prospettive commerciali, infatti non è raro che, le soluzioni tecnologiche adottate, determinino il successo commerciale dei prodotti di punta. Da qualche anno siamo impegnati in Australia, attratti dalla particolare sensibilità per le costruzioni modulari dimostrata dai professionisti del settore e seguendo delle direttive ben precise abbiamo realizzato alcuni moduli abitativi per Motel denominati “Modus”. Per rispondere alla rigida normativa australiana in materia di terremoti, cicloni, alluvioni, pian piano è venuta fuori l’esigenza di un’evoluzione del progetto iniziale, successivamente denominato “Modus NG”, attualmente in fase di sperimentazione. Il risultato è stato ottenuto per mezzo di un impegnativo lavoro di ricerca condotto da un gruppo di professionisti esterni all’azienda, in collaborazione con la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Lecce e grazie al contributo della Regione Puglia che ha creduto in questo progetto e lo ha cofinanziato con i fondi PIA. Si tratta di un chiaro esempio di “edilizia industrializzata”, largamente utilizzata in Nord America, nei paesi del Golfo, in Cina e in Giappone, ma che in Italia, a causa di molteplici motivazioni, trova forti resistenze di applicazione. In Europa si riscontra soltanto in pochi edifici pubblici di nuova realizzazione progettati dalle archistar, sicuramente belli da vedere, ma anche molto onerosi, basti pensare ai costi di progettazione, a quelli di realizzazione, e di manutenzione ordinaria. Secondo la nostra visione questo nuovo approccio alla costruzione rappresenta l’edilizia del futuro e come tale deve essere fruibile e fornire i suoi vantaggi a tutte le fasce sociali.

I progetti R.I. sono rivolti alla realtà del nostro tempo, una società fluida, in movimento, cuore pulsante del mondo in cui viviamo. Una comunità cosmopolita in cui tutti siamo un po’ migranti, come non riconoscere che anche i nostri avi provenivano da qualche luogo remoto e che la cultura mediterranea nasce proprio dai rapporti di connessione delle diverse civiltà. Basta cambiare il punto di vista per capire che le nuove ondate migratorie sono l’ossigeno dell’asfittica e imbalsamata società europea, obbligandoci a rompere gli schemi tradizionali dobbiamo convincerci che i migranti sono una risorsa per la creazione e lo sviluppo di nuove dinamicità imprenditoriali da mettere in campo.



Bagno Mobile Ecologico “POPILET” – CETMAdesign (RCD 001977505-0001/0002)



Antonio Vittorio Tafuro

Responsabile Tecnico, R.I. S.p.A.

via Surbo 38, TREPUZZI (LE) - ITALY

tel. +39 0832 758225

ricopre@ricopre.it

www.ricopre.it






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